Se ad essere ucciso è “uno sporco negro” non è razzismo…


A quasi un anno dall’omicidio di Abdul Salam Guibre, detto Abba, massacrato a colpi di spranga e bastone il 15 settembre scorso a Milano, arriva la sentenza: 15 anni per omicidio volontario, non essendo stata ritenuta dal pm l’aggravante dell’odio razziale. Quella notte due baristi, padre e figlio, inseguirono con spranghe e bastoni tre ragazzi che avevano rubato un pacco di biscotti urlando “negri di merda”, “dove vai cioccolatino” e “sporco negro”. Ma il razzismo non c’entra …

Del resto all’epoca dei fatti lo stesso vice sindaco De Corato aveva affermato che la matrice razziale non c’entrava, tesi ribadita in diretta televisiva a Porta a Porta da Silvio Berlusconi: “la questione razziale e il colore della pelle non c’entrano nulla”, semmai il problema andava individuato nella “politica delle porte aperte” che “ha portato a far sentire gli italiani meno sicuri”. Insicurezza in nome della quale è legittimo (per gli italiani ben inteso) difendere con ogni mezzo la propria “proprietà” (che sia un pacco di biscotti o le cosiddette “nostre donne” poco importa), soprattutto quando questa viene insidiata da uno “sporco negro” (o da un “rumeno”).

In fondo, come ebbe a dire a caldo il segretario provinciale della Lega Nord Romagna, Piero Fusconi, quei tre ragazzi che avevano “violato la legge … una lezione se la sarebbero meritata” e che questo omicidio era stato uno “spiacevole inconveniente” del quale chi come Abdul si sarebbe posto fuori dalla legge “non ha diritto di lamentarsi”. I familiari di Abba invece continuano ad esercitare il loro sacrosanto diritto a lamentarsi, denunciano la pena inflitta ai due imputati come troppo bassa e soprattutto ribadiscono il peso che la componente razziale ha avuto nella ferocia dell’omicidio.

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