[BO] Violenze nel CIE di via Mattei: presidio itinerante di protesta il 14 maggio


Mentre il capo del governo rivendica le nuove leggi razziali e una inesistente monoetnia italica, si moltiplicano i maltrattamenti e gli episodi di crudeltà nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione).

Anche nel CIE di Bologna, come documenta Scheggia, vi sono continue offese e violenze: vestiti strappati, botte, sberle, insulti. Una ragazza viene picchiata in infermeria da un “ispettore” in abiti civili, sviene ed è lasciata sul pavimento. Un ragazzo si fa male a un ginocchio, ma in infermeria non gli danno nessun medicinale nonostante le sue pressanti richieste. Al telefono i migranti dicono: “Qui non ci curano! Ci trattano come animali!”.

Nei CIE si toglie la dignità alle persone per annientarle anzitutto moralmente. E forse ha ragione Marginalia quando invita a considerare il recente suicidio di una donna nel CIE di Roma come un estremo atto di rivolta e l’unico modo che la crudeltà di Stato le ha lasciato per riaffermare la propria dignità:

Stanotte, una donna migrante si è uccisa, impiccandosi, nel CIE di Porta Galeria a Roma. Si chiamava Mabruka Mamouni, aveva poco più di quarant’anni ed era in Italia da quasi trenta. Momentaneamente senza lavoro, non le era stato rinnovato il permesso di soggiorno. Questo significa essere “clandestina”, anche dopo tre quarti della tua vita passati in un paese dove vige una legge infame. Fermata, portata nel centro di identificazione ed espulsione, lì detenuta per alcune settimane, sarebbe stata rimpatriata oggi. Ora non possono più farlo. Mi rifiuto di leggere la sua morte come un atto di disperazione, la disperazione deve essere tutta nostra che non siamo riusciti ad impedirlo. Quello di Mabruka è un gesto politico. Un gesto politico che urla. E dobbiamo urlare anche noi (insieme a tutt* le/i migranti in sciopero della fame e in rivolta nei centri di identificazione ed espulsione), noi con i documenti in tasca e tutti i sacrosanti diritti di “cittadina/o”. Ma fuori, fuori di qui.

Nei CIE italiani sono continui gli episodi di autolesionismo, anche estremo. Sabato 9 maggio, nel CIE di via Mattei, Benrib ha ingerito una grossa quantità di lamette mentre Gasmi si è procurato tagli su tutto il corpo, in particolare sulle gambe. Benrib è stato ricoverato, mentre Gasmi, curato alla svelta, è stato riportato al CIE. Ora è in isolamento, i suoi compagni non possono vederlo, ed è piantonato dalla polizia. La direzione del CIE, come sempre, ha chiamato l’ambulanza con grande ritardo. Anche questi ritardi o rifiuti sono un modo per far sentire ai detenuti la loro condizione di corpi senza diritti e senza valore. Sono una forma di crudeltà morale.

L’autolesionismo nei CIE non è solo un modo per evitare il “rimpatrio”, ma forse anche un atto di ribellione che vuole raffigurare la disumanità e la violenza del lager.

Intanto è stato convocato un PRESIDIO di protesta GIOVEDÌ 14 MAGGIO
SOTTO LE DUE TORRI DALLE ORE 16:00
SOTTO IL CIE DI VIA MATTEI (BUS 14 A, 89) DALLE ORE 18:30

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