Il revisionismo storico: un’arma micidiale


Intervento di Giorgio Riboldi alla presentazione del libro “Foibe. Revisionismo di Stato e amnesie della Repubblica” organizzata il 10 febbraio dall’Assemblea Antifascista Permanente.

A proposito del 10 febbraio: giornata del cosiddetto “ricordo”

Bologna, 10 febbraio 2009

Proprio un anno fa in questi giorni stavamo svolgendo a Sesto San Giovanni (MI) il convegno dal titolo inequivocabile “Foibe: la verità. Contro il revisionismo storico” e successivamente decidemmo la pubblicazione degli atti perché abbiamo sentito e sentiamo la necessità e il dovere morale e culturale di affermare la verità storica e la conoscenza della storia senza manipolazioni, ribaltamenti, sconvolgimenti e strumentalizzazioni. Tutto ciò in un periodo storico in cui è in atto una subdola, strisciante, superficiale e strumentale operazione di revisione delle principali vicende del ’900, all’interno di un processo di tendenziale fascistizzazione dello Stato che passa anche attraverso una sorta di golpe strisciante che il lestofante presidente del consiglio e il suo “gruppo di dipendenti” stanno tentando di realizzare usando tutti i mezzi senza ritegno, fino a strumentalizzare le più delicate e complesse questioni che attengono alle scelte di vita individuale.

Attraverso le molteplici formule di revisionismo storico si cerca di annullare “un passato che la memoria non può, non deve cancellare” (Giustolisi)… e per dirla con Asor Rosa “avanza in Italia una nuova forma di pensiero fascista che tende a ricollegarsi all’esperienza storica passata e a giustificarla, a raddrizzarla, a rimetterla sul piedistallo da cui era caduta; la manovra a tenaglia fra operazione politica ed operazione intellettuale è di giorno in giorno sempre più evidente. E siamo appena all’inizio…”

In particolare i teorici del revisionismo storico italiani ed europei tendono ad offuscare e denigrare il valore della lotta antifascista e della Resistenza in generale. Vogliono infangare e mistificare il valore ed il ruolo dei partigiani ed in particolar modo delle formazioni comuniste nella lotta antifascista ed antinazista, cercando di ridurre questa vicenda complessa ad episodi di vendetta personali e marginali, decontestualizzandoli dal ciclo storico in cui sono avvenuti (vedi i libelli di Pansa che il più delle volte non sono sostenuti da nessun supporto documentale).

Il revisionismo storico è basato sulla superficialità interpretativa, sulla manipolazione e sulla falsificazione. Ha la pretesa di mettere sullo stesso piano coloro che hanno asservito il paese ad una potenza straniera (i repubblichini fascisti) e coloro che invece hanno svolto un ruolo decisivo ed insostituibile per liberarlo (partigiani e classe operaia), coloro che hanno perseguitato, torturato ed ucciso con coloro che sono stati perseguitati, torturati ed uccisi.

Spesso si enfatizzano episodi del tutto marginali per sottolineare la reazione dei resistenti, senza inquadrare gli stessi episodi nel clima di oppressione del periodo fascista e di tragedia della seconda guerra mondiale. Basta pensare all’uso scientificamente strumentale che si è fatto degli episodi accaduti qui vicino, tra Reggio e Modena, in quello conosciuto come il “triangolo rosso”. Spesso il revisionismo finisce per sconfinare nel “negazionismo” (vedere la costanza con cui si tenta di negare l’olocausto e l’esistenza dei campi di concentramento nazista).

Il più delle volte queste operazioni di “revisionare la storia” senza conoscerla o stravolgendola sono compiute non da storici o ricercatori rigorosi, ma da revisionisti da strapazzo, voltagabbana e apprendisti stregoni che trattano le vicende storiche in modo cronachistico e con un occhio rivolto alla strumentalizzazione politica. Questi personaggi trovano spesso il plauso dei neo-fascisti e della destra radicale, dei moderati e, a volte, la comprensione di alcuni sedicenti democratici, magari di sinistra, o di pseudo-comunisti che pur di sbarazzarsi “del loro passato” e di perseguire operazioni politiche di alleanze di piccolo cabotaggio non esitano a rovesciare l’oggettività storica, avallando ed interloquendo con un pressapochismo storico che contraddistingue queste campagne mediatiche.

Con queste si tenta si distribuire truffaldinamente le responsabilità storiche da una parte e dall’altra, o di ribaltarle. Si ricorda con insistenza e senza pudore il “sangue dei vinti”, ma si dimentica con scaltrezza quello delle vittime dei vinti. Con l’istituzione della “Giornata del Ricordo” del 10 febbraio, questa campagna ha avuto anche il suo appuntamento ufficiale in cui i cosiddetti “infoibati” vengono presentati come martiri “solo perché italiani”.

Si ignora sistematicamente quanto la DOCUMENTAZIONE STORICA ci consegna: le vittime del fascismo in Istria durante il ventennio, l’aggressione dell’Italia fascista alla Jugoslavia nel 1941, le vittime della repressione durante l’occupazione fascista della Slovenia, Dalmazia e Montenegro nel corso della seconda guerra mondiale, fra cui circa 17.000 istriani italiani, croati, sloveni massacrati dopo l’8 settembre 1943 dalle milizie repubblichine al servizio dei nazisti.

Non si ricordano le migliaia e migliaia di civili jugoslavi trucidati dalle nostre truppe nell’ex-Jugoslavia, occupata dal 6 aprile 1941 fino all’8 settembre del 1943 (vedere per tutti questi dati gli scritti dello storico Giacomo Scotti), si ignorano le migliaia di civili (donne, vecchi e bambini) morti nei campi di concentramento fascisti ad Arbe, a Gonars e in altri campi del centro-nord Italia.

Si cancellano dai libri di storia e dalle commemorazioni le violenze sistematiche subite in Istria dalla popolazione locale indigena nel corso dell’occupazione fascista (distruzione di Centri culturali e di case del popolo, italianizzazione forzata dei cognomi slavi, imposizione della lingua italiana ecc. ecc.).

Si arriva a moltiplicare il numero degli infoibati (fra cui moltissimi gerarchi fascisti e collaborazionisti macchiatisi di gravissimi delitti e violenze) e degli esuli, sparando cifre a casaccio e manipolando la documentazione e la ricerca storica, come hanno dimostrato con i loro studi alcuni storici e ricercatori quali Enzo Collotti, Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk. Ad esempio, i 500 infoibati istriani (numero documentato da recenti ricerche) diventano 4 o 5 mila e per alcuni addirittura 30.000 e così a seguire con altre foibe, come quella di Basovizza.

Non ci si ricorda mai dei 15-20mila civili uccisi a sangue freddo tra il 1943 e il 1945 dai fascisti della Repubblica di Salò e dai nazisti (ricordiamo solo le stragi più note: Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fossoli, Fivizzano, Boves, Fosse Ardeatine e così via). Si vuole affermare e perpetuare il luogo comune di “italiani brava gente”, ignorando che “dall’unità del nostro paese fino alla fine della seconda guerra mondiale, oltre all’aggressione della Jugoslavia, si sono verificati molti episodi nei quali gli italiani si sono rivelati capaci di indicibili crudeltà” (dalla quarta di copertina del libro di Angelo del Boca “Italiani brava gente?”. Angelo del Boca è considerato il maggior storico del colonialismo italiano).

Fra gli episodi, sempre citati dal professore dell’Università di Torino troviamo: 1000 ostaggi fucilati dall’esercito italiano nel territorio di Lubiana (ex-Jugoslavia) tra il 1941 e il 1943; 35.000 persone deportate in Italia nei campi di concentramento, di cui 4.500 morte nel campo dell’isola di Arbe; le deportazioni in Italia di migliaia di libici; lo schiavismo applicato in Somalia lungo i grandi fiumi; l’impiego in Etiopia dell’iprite e di altre armi chimiche proibite che hanno procurato migliaia di morti e devastazioni indicibili; lo sterminio di duemila monaci nella città conventuale di Debrà Libanos; la consegna ai nazisti, da parte dei repubblichini-fascisti, di migliaia di ebrei votati a sicura morte.(“Italiani, brava gente?” di Angelo del Boca, Ed. Neri Pozza, pag. 318). Si dimentica, prosegue lo storico, che “per troppi decenni, sulle foibe, si sono scritte le menzogne più infami, dimenticando che nei Balcani il lavoro sporco lo hanno compiuto interamente gli Italiani, seguendo le precise direttive dei più bei nomi del gotha dell’esercito di Mussolini. Era inevitabile, anche se oltremodo spiacevole, che alla fine del conflitto sulla frontiera orientale si sarebbe arrivati ad una resa dei conti”.

Si tenta cinicamente di sfruttare il sentimento d’appartenenza nazionale per riproporre l’infame connubio tra fascismo e Italia e una visione nazionalista e sciovinista della storia e della realtà. Vengono quasi sempre dimenticati i 700mila militari italiani internati nei campi di concentramento tedeschi, perché dopo il 25 luglio e l’8 settembre si rifiutarono di combattere accanto ai nazifascisti. Ormai si cerca senza più ritegno di rappresentare Mussolini come un bonaccione mal consigliato e buon padre di famiglia vittima della violenza partigiana perché giustiziato e appeso a testa in giù a piazzale Loreto a Milano.

Ma non si dice mai una parola per i 15 civili prelevati a Milano dal carcere di San Vittore e fucilati per rappresaglia da un plotone di repubblichini comandati da un ufficiale delle SS. Il fatto avvenne nell’agosto 1944 sempre in piazzale Loreto. Fu proprio per questo che fu scelto questo luogo per esporre il cadavere del dittatore.

Che cosa si fa oggi per tenere viva la memoria su questi episodi? Che cosa apprendono i giovani nelle scuole sulla politica di aggressione coloniale e sulle violenze perpetrate in Africa orientale dall’esercito italiano comandato dal generale Graziani? Quasi nulla o pochissimo. Il tutto è lasciato alla buona volontà di qualche coraggioso insegnante.

Per quanto riguarda il ruolo del colonialismo fascista in Africa orientale, la vulgata storica e la cultura generale, che spesso nasconde l’analfabetismo degli alfabeti come diceva lo storico liberale Luigi Salvatorelli, al massimo ci ha tramandato canzoncine come “Faccetta nera”, quasi a far risaltare il carattere placido e civilizzatore dell’esercito fascista. Mentre lì ci sono stati migliaia di morti a causa dell’uso indiscriminato di gas e violenze sulla popolazione indigena, come hanno confermato recenti ricerche storiche.

Tutti questi che ho ricordato costituiscono esempi di ribaltamento della storia e di responsabilità delle tragedie. I documenti che avrebbero inchiodato, ed inchiodano, migliaia di nazisti e fascisti responsabili di queste stragi efferate sono stati deliberatamente “dimenticati” e “nascosti” per 50 anni in un armadio della procura generale militare di Roma (il famoso armadio della vergogna).

Solo nel 1994 sono stati scoperti casualmente, ma ormai era un po’ troppo tardi. Pochissimi hanno dato risalto alla scoperta dell’armadio della vergogna, dopo che per oltre 50 anni la verità era stata occultata negando la possibilità di individuare le responsabilità primarie. Le vittime sono state uccise due volte.

Sulla base di queste considerazioni, la pubblicazione del libro “Foibe: revisionismo di Stato e amnesie della Repubblica” (Atti del Convegno “Foibe: la verità. Contro il revisionismo storico”) ha assunto uno specifico significato nell’attuale contesto, in cui prevale un’egemonia politico-culturale incentrata sul revisionismo storico, all’interno del quale il processo di costruzione di uno stato totalitario risulta sempre più evidente.

La pubblicazione degli Atti è espressione di una concezione e di una metodologia che sottolineano l’importanza di una produzione politico-intellettuale da utilizzare a scopo formativo, informativo e orientativo da parte di chi, nell’impegno quotidiano sui vari fronti di lotta e dei movimenti, ha l’esigenza di approfondire ed inquadrare gli eventi storici, politici e sociali e la lotta quotidiana contro il fascismo vecchio e nuovo nella prospettiva di trasformazione dell’esistente. E’ qui che la ‘memoria storica’ svolge non solo un ruolo decisivo nella possibilità di interpretare, conoscere e sintetizzare il presente, ma anche un ruolo fondamentale di stimolo della prassi collettiva ed individuale.

La “memoria storica” non è solo ricerca, conoscenza e coscienza degli avvenimenti storici, ma può costituire anche embrionalmente “teoria” della forza e delle potenzialità di resistenza e trasformazione del mondo. Ad esempio, se nel passato la lotta contro il nazi-fascismo è stata capace attraverso la lotta di Liberazione di rovesciare un rapporto di forza sfavorevole alle classi subalterne, sino a definire una Costituzione borghese tra le più avanzate dell’Occidente capitalistico, questa è una lezione storica fondamentale che nessun percorso di revisione della ‘memoria storica’ può cancellare.

Abbiamo ritenuto utile socializzare i contributi informativi/formativi rappresentati dagli Atti del Convegno del 9 febbraio 2008, organizzando con quanti si sono mostrati interessati presentazioni pubbliche del libro in numerose città. Il significato delle presentazioni è anche connesso alla necessità di sviluppare contro-informazione, sensibilizzazione, contrapposizione, mobilitazione nei confronti della campagna politica caratterizzata e intossicata dal revisionismo storico e dall’intimidazione politica e squadrista verso compagni e militanti di sinistra.

La pubblicazione degli atti del convegno é espressione di un tentativo in corso, indirizzato ad ulteriori e più impegnative iniziative, per verificare la possibilità di ‘re-inventare’, attualizzandola, una formula capace di coniugare l’impegno attuale nello scontro di classe di soggettività politiche, con l’esperienza e la competenza di compagni attivi, da anni, nella lotta per la ricostruzione della storia e l’affermazione della verità. In questo modo abbiamo tentato, riuscendovi almeno in parte, di evitare un duplice rischio: da un lato di ricadere in un lavoro esclusivamente intellettuale che, pur significativo sotto il profilo delle competenze, risultasse un prodotto rivolto ad una cerchia ristretta di ‘addetti ai lavori’, dall’altro, in senso opposto, di concentrare il lavoro esclusivamente, su un pur necessario ed attuale percorso politico di confronto e convergenza tra soggettività politiche solo sul terreno dell’iniziativa antifascista.

La giornata del 10 febbraio diviene sempre l’occasione  per riabilitare criminali nazi-fascisti anche attraverso lo stravolgimento e la manipolazione della “verità sulle foibe” e su quanto è accaduto sul fronte orientale in 50 anni di storia e oltre, perché il processo di snazionalizzazione di questi territori inizia ancora prima del fascismo. La coalizione di destra, ed il suo governo, con l’avallo del centrosinistra, approfitta di questa ‘giornata’ per proseguire la sua opera di legittimazione dei molteplici processi in atto di ‘fascistizzazione’ dello Stato. Noi vogliamo, con le nostre iniziative, portare un raggio di luce in questa giornata in cui l’attuale sistema di potere diffonde menzogne accompagnate da un becero sentimento patriottardo. Le iniziative che si costruiscono attraverso la presentazione di questo libro possono costituire un’occasione per costruire contatti, rapporti e relazioni necessari alla diffusione di un modello capace di integrare, fino a fondere, storia e politica, cioè esperienza, competenza e iniziativa pratica, oggi.

In questo senso, l’attività del Comitato promotore ― costituito da L’altra Lombardia – SU LA TESTA, Associazione Promemoria per la difesa dei valori dell’antifascismo e dell’antinazismo, Centro popolare “La fucina”, Collettivo Comunista Antonio Gramsci, Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia, Lotta e Unità per l’organizzazione proletaria e Resistenza storica va vista come un ambito ed un percorso di lavoro e di lotta aperto e da estendere alla collaborazione paritaria con altri compagni, ma anche, e soprattutto, come un’occasione per chi voglia autonomamente, nella propria attività e realtà, coniugare informazione/formazione, mobilitazione e lotta in difesa della ‘memoria storica’ e delle radici del nostro futuro.

Noi oggi siamo qui perché, parafrasando Herbert Marcuse, “vogliamo ricordare il passato poiché ciò può dare origine ad intuizioni pericolose e la società ‘stabilita’ sembra temere i contenuti sovversivi della memoria”.

Noi oggi siamo qui, come altre volte, non a commemorare o a testimoniare qualcosa che non ha più legami con la nostra realtà, ma siamo qui per far capire l’attualità ed il valore strategico della resistenza antifascista. Essa è stata non solo rivolta contro l’oppressione dittatoriale, ma anche battaglia per costruire una società libera, giusta, democratica e senza più sfruttati e sfruttatori. Una battaglia che non si è ancora conclusa e che rende più che mai valida nel nostro paese, soprattutto in questi giorni, ma anche in Palestina, Iraq, Afghanistan, America Latina ed in altre parti del mondo la parola d’ordine ORA E SEMPRE RESISTENZA.

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